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4.08.07 –
Phoenix è partito
alla ricerca della vita
Dopo
un rinvio di 24 ore, il missile Delta II ha lanciato perfettamente Phoenix
sulla sua traiettoria di avvicinamento a Marte che raggiungerà (dopo aver
percorso una parabola lunga 679 milioni di chilometri) il 26 maggio 2008,
atterrando sulle propaggini del polo nord marziano, in un’area (che si
trova a 68,35° latitudine nord e 233° longitudine est (una posizione che è
quasi l’equivalente dell’Alaska sulla Terra). In questa zona si trovano
ghiacciai perenni d’acqua dolce e, da quello che si è potuto dedurre dalle
immagini ricevute, l’area appare priva d’asperità e crepacci evidenti,
risultando, abbastanza sicura per le gambe e gli equilibri statici dal
lander.
Phoenix investigherà i
ghiacci marziani (e le polveri in essi contenute)
alla
ricerca di forma di vita indigena (basate sul carbonio). Si tratta della
seconda missione di questo genere preparata della NASA, e viene dopo i
Viking – degli anni ’70 - le cui analisi a campione sull’esistenza di
forme di vita marziana – in aree certamente più ostiche - dettero risposte
ambigue e non conclusive.
Il lander scenderà in una
area dove recentemente Odyssey ha scoperto l’esistenza di ghiaccio in
fusione stagionale il che agevolerebbe una eventuale esistenza di vita a
livello microbico, inoltre le analisi del lander saranno più complete
potendo “penetrare” più a fondo nel ghiaccio. Le maggiori attenzioni degli
esobiologi (i ricercatori della “vita” aliena) sono principalmente legate
a valutare che quanto eventualmente scoperto non sia di provenienza
terrestre (dovuto a contaminazione proveniente dal lander stesso) mentre
tecnici e ingegneri, dopo le apprensioni dell’atterraggio, saranno molto
attenti che lo scioglimento dei ghiacci non comporti ulteriori pericoli
alla struttura ed al funzionamento della macchina.
Probabilmente
Phoenix sarà l’ultima missione progettata
per “seguire l’acqua” le prossime missioni saranno mirate più a “seguire
il carbonio” in quanto ora l’interesse della NASA è spostato a scoprire e
studiare “in situ” eventuali pericoli derivanti da forma di vita
aborigene. Una missione si recupero di campioni con in loro rientro a
Terra è sempre allo studio ma al momento pianificata fra una decina
d’anni, sempreché non sopravvengano avvenimenti che possano abbreviare la
gestazione di questa missione di campionamento.
Naturalmente oltre
all’eccitante tentativo di scoprire forme di vita aliene
gli strumenti di Phoenix avrà molti altri compiti, tutti
altrettanto importanti, fra questi spicca la possibilità di utilizzare una
vero microscopio e di portare su Marte una stazione meteorologica. Era dai
tempi di Viking che non ne scendeva una.
Con
i suoi pannelli solari aperti, il lander avrà una lunghezza di 5,5 metri
per una larghezza massima di 1,5. Il braccio robotico (che porta i
microscopi ed una palettina di raccolta dei campioni che saranno inseriti
nei laboratori interni) ha una lunghezza di 2,3 metri e si spera possa
scavare fino ad una profondità di 5/8 cm.
Contrariamente alle ultime missioni, per la discesa finale
Phoenix userà un sistema tradizionale a
retrorazzi e non ad airbag. Dopo aver frenato fino ad una velocità di
circa 217 km/h si libererà dello scudo termico di protezione, a questo
punto si aprirà il paracadute che rallenterà ulteriormente la sua corsa,
coadiuvato – nella fase finale d’avvicinamento - da un gruppo razzi di
frenata. Il lander si appoggerà, con le sue tre gambe telescopiche, sulla
superficie ad una velocità stimata di circa 9 km/h. L’intero sistema è in
collaudo estensivo dal 2003, in quanto non si vuole rischiare un altro
fallimento come successo con la precedente missione polare Polar lander,
verosimilmente andata persa proprio per una carenza di collaudo nel
sistema di frenata finale.
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