EDITORIALE

di Stefano CAVINA

 

 

ALLA RICERCA DELLA VITA

 

Con la partenza di Phoenix si riaccendono le speranze per tutti coloro che credono e sperano nell’esistenza della vita indigena su Marte. Dopo anni d’attesa finalmente parte una missione dedicata a questo scopo, riprendendo una ricerca che si era drasticamente fermata dopo le missioni Viking, i cui risultati ambigui crearono una delusione fu tale che la NASA, complice un budget sempre più ridotto, abbandonò totalmente l’esplorazione di Marte per più di venti anni. Non ci resta che incrociare le dita e attendere Il prossimo anno quando il lander Phoenix scenderà sul polo nord marziano, in un’area che le analisi congiunte del Mars Odyssey e del Reconnaissance Orbiter hanno trovato abbondanti depositi di ghiaccio d’acqua misto al terreno. Certo le condizioni climatiche sono difficili ma sulla Terra abbiamo scoperto che la vita può esistere e proliferare nelle condizioni più impensabili, negli abissi marini, in laghi acidi, nelle profondità buie del suolo senza necessariamente avere a disposizione luce ed ossigeno. Sul nostro pianeta dove c’è acqua c’è vita non vi è motivo che su Marte non possa essere lo stesso. Per questo motivo anni fa la NASA decise di progettare le nuove missioni marziane secondo la filosofia di “seguire l’acqua” inizialmente per meglio comprendere la storia geologica del pianeta. In questo modo studiando la storia del pianeta si potevano anche trovare le migliori zone dove cercare la vita. Certo Phoenix non potrà dare da solo una risposta definitiva. La sonda scenderà in una zona paragonabile alla nostra Groenlandia e dall’esame che ne farà sarà estremamente difficile poter trarre delle risposte conclusive. Sarebbe come analizzare un bicchiere di gelato sulla terra nella speranza di scoprire e comprendere tutta la meravigliosa bio-diversità che la abita. Ormai è chiaro che per scoprire se su Marte esistono forme di vita (a livello batterico o vegetale intendiamoci) si deve scavare, meglio se poi si fa in quelle zone dove è stato scoperto provenire del metano gassono (possibile impronta di vita). Infatti, le tremende radiazioni ultraviolette che bombardano la superficie, a causa della mancanza di un adeguato strato protettivo di ozono, non permettono la vita in superficie, ma nel sottosuolo probabilmente si (intendiamoci con sottosuolo si indica anche la possibilità di vita nelle caverne marziane proprio recentemente scoperte). E’ proprio lì che vi potrebbe essere vita, ma le zone più interessanti sono anche le più difficili e pericolose da raggiungere. Dovremo attendere le future missioni spaziali, quando sistemi d’atterraggio di estrema precisione permetteranno ai lander di scendere senza timore di ribaltarsi al contatto di un inaspettato masso. Molte volte abbiamo affrontato il tema della “vita su marte” in queste pagine, per avere una prima risposta forse ora non ci resta che attendere il 2008, staremo a vedere. 

 

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