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ALLA RICERCA DELLA VITA
Con
la partenza di Phoenix si riaccendono le speranze per tutti coloro
che credono e sperano nell’esistenza della vita indigena su Marte. Dopo
anni d’attesa finalmente parte una missione dedicata a questo scopo,
riprendendo una ricerca che si era drasticamente fermata dopo le missioni
Viking, i cui risultati ambigui crearono una delusione fu tale che la
NASA, complice un budget sempre più ridotto, abbandonò totalmente
l’esplorazione di Marte per più di venti anni. Non ci resta che incrociare
le dita e attendere Il prossimo anno quando il lander Phoenix scenderà sul
polo nord marziano, in un’area che le analisi congiunte del Mars
Odyssey e del Reconnaissance Orbiter hanno trovato abbondanti
depositi di ghiaccio d’acqua misto al terreno. Certo le condizioni
climatiche sono difficili ma sulla Terra abbiamo scoperto che la vita può
esistere e proliferare nelle condizioni più impensabili, negli abissi
marini, in laghi acidi, nelle profondità buie del suolo senza
necessariamente avere a disposizione luce ed ossigeno. Sul nostro pianeta
dove c’è acqua c’è vita non vi è motivo che su Marte non possa essere lo
stesso. Per questo motivo anni fa la NASA decise di progettare le nuove
missioni marziane secondo la filosofia di “seguire l’acqua” inizialmente
per meglio comprendere la storia geologica del pianeta. In questo modo
studiando la storia del pianeta si potevano anche trovare le migliori zone
dove cercare la vita. Certo Phoenix non potrà dare da solo una risposta
definitiva. La sonda scenderà in una zona paragonabile alla nostra
Groenlandia e dall’esame che ne farà sarà estremamente difficile poter
trarre delle risposte conclusive. Sarebbe come analizzare un bicchiere di
gelato sulla terra nella speranza di scoprire e comprendere tutta la
meravigliosa bio-diversità che la abita. Ormai è chiaro che per scoprire
se su Marte esistono forme di vita (a livello batterico o vegetale
intendiamoci) si deve scavare, meglio se poi si fa in quelle zone dove è
stato scoperto provenire del metano gassono (possibile impronta di vita).
Infatti, le tremende radiazioni ultraviolette che bombardano la
superficie, a causa della mancanza di un adeguato strato protettivo di
ozono, non permettono la vita in superficie, ma nel sottosuolo
probabilmente si (intendiamoci con sottosuolo si indica anche la
possibilità di vita nelle caverne marziane proprio recentemente scoperte).
E’ proprio lì che vi potrebbe essere vita, ma le zone più interessanti
sono anche le più difficili e pericolose da raggiungere. Dovremo attendere
le future missioni spaziali, quando sistemi d’atterraggio di estrema
precisione permetteranno ai lander di scendere senza timore di ribaltarsi
al contatto di un inaspettato masso. Molte volte abbiamo affrontato il
tema della “vita su marte” in queste pagine, per avere una prima risposta
forse ora non ci resta che attendere il 2008, staremo a vedere.
Il Direttore
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